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Occhi asciutti

Guardo le tue foto, le nostre foto, e non capisco cosa sento. Sono seduta sul letto, fra le mani gli ultimi ricordi che non ho ancora avuto il coraggio di buttare via. Guardo il mio sorriso stampato in bianco e nero, il sorriso di un istante perfetto, che non ricordo nemmeno di aver vissuto. Guardo i tuoi occhi, la tua bocca, tutte quelle piccole cose che erano tutto e che ora non sono nulla.

Resto seduta e aspetto le lacrime, aspetto un vuoto nello stomaco, un dolore al petto, ma niente. Mi sento nel ciglio di un fosso, sono pronta a cadere, sono pronta per il peggio, eppure non succede nulla. Sono ancora qua seduta, nel letto, con delle polaroid in mano e gli occhi asciutti.

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Letto maledetto

E quindi sono andata dal medico a pregarlo di prescrivermi dei sonniferi che la notte non dormo ma lei no, non me li ha dati.
Quindi a letto continuo a fare incontri strani, più che altro con amori perduti e più o meno dimenticati. Qualcuno lo odio, gli piango addosso e poi lo bacio ma no, lo odio comunque, meglio pensare a quell’altro che anche se è perso lo amo ancora, e appunto lo amo ancora quindi fa troppo male e mi giro sull’altro lato del cuscino. Ma in questo lato del cuscino una volta ci stava lui e mioddio se ci stava bene, meglio non pensarci, ma come faccio a non pensarci se la sua testa poggiava dove ora si rigira la mia? Eppure lui dormiva quindi non è il letto ad essere maledetto. Dormiva e dormiva bene, e io dormivo bene sul suo petto.
Maledetto letto che ogni notte mi fai ricordare quello che ho perso, maledetto che sei la culla dei ricordi ma non del mio dormire.

Se ami il cinema spegni le luci.

È entrato a casa mia alle 3.45 di mattina, dentro di me dopo mezzora. Io avevo gli occhi stanchi per i fari del concerto, lui la voce roca per averci cantato, al suo concerto. O forse quella era la sua voce normale, che ne so, nei dischi quando canta suona diverso.
Inizia a girare per casa, spegne tutte le luci, poi fa un altro giro e accende tutte le altre cose luminose che riesce a trovare. Accende l’albero di natale, la televisione, la lampadina della cappa in cucina. Io intanto lo guardo senza fare domande, perché non so nemmeno cosa chiedere, se non “ma che cazzo stai facendo?”. Ma so che di li a poco dovrò andarci a letto e non vorrei che se la prendesse, anche perché non sembra uno normale. Sembra piuttosto uno che cammina su di un filo sospeso a cento metri d’altezza, con la calma di chi non ha paura di cadere, un po’ per ingenuità e un po’ perché ciò che aspetta la sotto non può essere tanto peggio di quello che abbiamo quassù. Quindi lo lascio trasformare casa mia in un luna park e resto zitta versandomi un altro bicchiere di Cabernet Franc.

Dopo aver compiuto la sua missione finalmente si siede accanto a me e si versa un bicchiere di vino molto abbondante. Mi guarda, ha lo sguardo perso. Non so che espressione avessi io in quel momento, oltre agli occhi stanchi e ubriachi, ma probabilmente riesce comunque a leggere la mia confusione che, indovina bene, non è data solo dalla alcool.
“Odio le luci, quelle grandi, che stanno in alto intendo. Odio anche il sole. Tu ami il cinema? Se ami il cinema non puoi non odiare queste luci. Se ami il cinema devi fare attenzione ad illuminare tutte le scene della tua vita con la luce giusta.”
Mi chiedo se la luce della cappa aspiratrice della mia cucina sotto la quale siamo seduti sia la luce giusta per due persone che si sono appena conosciute e che stanno per andare a letto assieme per la prima ed ultima volta. Crea un sacco di ombre sul suo viso, e sicuramente anche nel mio, facendoci sembrare se possibile ancora più stanchi e ubriachi. Quindi mi rispondo di no, ma penso alle luci di natale che ho attaccato l’altro giorno proprio sopra al letto, senza nessun motivo apparente, e mi viene da ridere.
Però non posso ridere, mi sta parlando dei suoi problemi, di sua madre che è morta, delle sue trenta gocce di xanax giornaliere, e poi ad un certo punto mi sta baciando, ma è come se stesse continuando a parlare di tutta quella tristezza che ha dentro e di come vorrebbe che io gliela facessi dimenticare.

Gliela voglio fare dimenticare.

Andiamo in camera mia, si guarda in giro e inizia a dire qualcosa, ma sta volta lo precedo. Spengo la luce e accendo le luci di natale colorate che ho maldestramemte appiccicato sopra il letto.  “Cosi è giusto, cosi siamo in un film”.
Lo so, siamo in un film, tu sei la rock star depressa e maledetta, io sono la studentessa che si è infilata nel backstage e che ti ha ignorato tutta la sera per non farti sentire importante. Solo che non è un film, sta succedendo veramente, quanto è vero che i vestiti stanno cadendo a terra uno ad uno, e quanto è vero che la tua pelle è calda e la mia è fredda.
Nello stupore generale, ovvero di noi due, che però in quel momento eravamo molto più di due persone, le luci iniziano a lampeggiare. E così prima c’è e poi non c’è più, ma lo sento sempre, anche quando quelle stupide, fantastiche luci non mi permettono di vederlo.
Siamo almeno in quattro in quel letto. C’è lui che è cattivo, morde, fa male, e io che mi spavento di una paura bellissima che non può, non deve finire. Poi c’è lui che è dolce, fragile, perché il suo cuore è troppo grande per il suo corpo, vuole implodere. E io che ho il potere inebriante di renderlo felice, almeno per quell’istante, e so che questo potere lo rende mio.

Non so per quanti minuti o ore quelle luci abbiano continuato a lampeggiare, era pur sempre un film, il concetto di tempo era distorto. Il copione era da VM14 un minuto e Jane Austen quello dopo. Io non lo sapevo che il sesso potesse essere bipolare, ma se questa è una malattia voglio soffrirne anche io.

Mi ha detto tante cose, davvero tante. Un momento pensava di essersi innamorato di me, quello dopo avevo il culo migliore che avesse mai visto.
“Se potessi fare l’amore con te ogni giorno smetterei di prendere lo xanax”.
Penso che nella mia breve vita nessuno mi abbia mai detto una cosa cosi bella e triste.

Così abbiamo deciso di amarci per una notte soltanto, che assieme saremmo perfetti e le altre persone le odiamo tutte comunque.
È stata una bella storia d’amore, mi ha chiesto dei miei genitori, gli sarebbe piaciuto conoscerli, che lui piace tanto ai genitori, più che ai loro figli.
Cosa vuoi dalla vita, cosa speri nel futuro, di cosa parliamo ora che c’è cosi poco tempo e cosi tanto che non sappiamo.

Poi mi spavento, perché sento quella connessione che si crea quando una persona soffre nel tuo stesso modo, ed è felice nel tuo stesso modo, forse di più o forse di meno, ma le menti funzionano in maniera affine, come se avessero lo stesso sistema operativo. Io mi spavento perché quando è cosi non è più un gioco, e lui è felice perché finalmente riesce a vedere le mie debolezze. Che appena mi ha conosciuta sembravo invincibile, dice, con tutto il mondo e lui ai miei piedi, la più sicura di tutte. E io penso che allora devo essere davvero brava a fingere ormai. Improvvisamente mi vede dolce, e diventa dolce anche lui. Le luci stanno ancora lampeggiando ma inizia a sorgere il sole e ci fa paura, perché per noi e la nostra storia d’amore il sole rappresenta la fine.

Non c’è più niente da dire, niente da fare, solo dimenticare il tempo e guardarci negli occhi ancora per un po, con quegli sguardi tristi da anime perse che si sono momentaneamente ritrovate e che si preparano a perdersi di nuovo.

Gli sguardi che vanno e vengono, con le luci che lampeggiano, e poi si spengono, definitivamente.

Come in un film.

La notte e il letto

I minuti passano lenti.

Non so quanti ancora dovranno passare prima che il pensiero di te non mi riempia di malinconia.

Posso provare a ingannare il tempo, cercare di passarlo bene, cercare di farlo scorrere più velocemente, ma non posso impedire che si inneschi la modalità slow motion quando vado a dormire.

Il letto è il luogo dei pensieri, la notte il loro momento. E la testa sembra andare a fondo, sempre più a fondo, prima dentro il cuscino, poi sotto terra, stretta nel vuoto e assordata dal silenzio.

I pensieri sono troppo veloci persino per essere ascoltati, ma non passano ignorati. Quando arriva finalmente l’ora del sonno sono li, nei sogni, ancora più contorti e pesanti di prima, schiacciandoti più delle coperte che hai addosso.

Mi manchi.

Sei dappertutto

La cosa peggiore è che tu sei dappertutto. Ti vedo dappertutto, quando passo in bici per le strade della città, quando esco a prendere un caffè in piazza, nel mio ascensore, nel mio letto. Ogni posto mi ricorda te, ogni cosa che vedo, che sento. Ogni cosa che faccio vorrei raccontarti, ogni cosa che penso. Nonostante parlassimo due lingue diverse non mi sono mai sentita così capita da nessuna persona al mondo, nonostante gli errori lessicali, le pronunce accentate, le parole tradotte col cellulare.
Vai via, ti prego, vai via dalla mia testa perché sto impazzendo. La mia vita ora mi sembra solo una brutta copia di quella che avevo prima di conoscere te, non ricordo più come facessi ad essere felice e serena in un mondo in cui non avevo idea della tua esistenza.
Guarda cosa mi stai facendo dire, sono diventata patetica. So che solo il tempo guarisce queste cose ma come faccio a dimenticarti se nella mia mente tu sei ancora perfetto? Quando due persone si lasciano è perché non si amano più, perché si sono tradite, perché non sono più felici. Ma non è stato così per noi. E in certi momenti vorrei che non fossi stato così perfetto, vorrei che mi avessi fatto qualcosa di male, così almeno potrei odiarti e affidarmi al mio (ormai dimenticato) orgoglio, che mi ha salvato tante volte prima.
Vattene, ti prego vattene perché non ce la faccio più.

Una settimana di amore, poi addio

Sono alla fine e ripenso all’inizio. Un inizio confuso lo ammetto, inaspettato. Era una di quelle sere in cui è l’alcol ad avere la meglio, in cui è lui a guidarti lasciando una scia di ricordi confusi. Ricordo le persone che ballano e ridono, tu che mi prendi per mano, che all’improvviso sei in camera mia. E il risveglio imbarazzato della mattina dopo, il mal di testa, il cercare di ricostruire i fatti. E’ stato un inizio che di per se sembrava già una fine. Pensavo che avrei dovuto passare la settimana successiva con gli sguardi di tutti addosso e la vergogna di incrociare il tuo sguardo, ma non potevo sbagliarmi di più. Sei stato perfetto, mi hai preso per mano e mi hai guarita da tutti i dubbi, e Venezia non è mai stata così bella. Il caffe noi due soli in piazza Margherita, i discorsi stentati in inglese sulle nostre vite, sull’arte, le tue foto stupende e le tue maniere perfette. Il lungo viaggio in treno di ritorno, addormentato sulla mia spalla. E un’altra notte a casa mia, dormendo, solo dormendo tra le tue braccia. Domenica mattina ho aperto gli occhi e la prima cosa che ho visto sono stati i tuoi. E ti giuro che non esistono al mondo degli occhi più belli di quelli con cui mi hai sorriso quella mattina, e con cui mi hai sorriso assonnato tutte le mattine successive. E ti sbagli, perché non sono marroni, sono verdi, oro, neri, sono di un colore che forse non esiste e che ho inventato io soltanto per te. Un intera giornata a letto, con te, alzandoci solo per fare colazione, colazione che tu hai voluto preparare per me, continuando a stupirmi per le tue assurde buone maniere e per la tua gentilezza senza controllo. Un intera giornata a letto, con te, abbracciati, coccolati, accarezzati, parlando di mille cose con quella tua voce perfetta e la tua r francese che mi fa impazzire quando dici il mio nome. La Francia, i film francesi, Parigi, la medicina, il Vietnam, la tua famiglia, i tuoi viaggi, le cose che ami. Non avrei mai smesso di ascoltare le tue storie. Quando te ne sei andato il mio letto già si sentiva vuoto. Il giorno dopo e i sorrisi nascosti ogni volta che ci incrociavamo nei corridoi, i tuoi occhiolini buffi e i miei occhi che ti cercavano di continuo. Le occhiate indagatorie dei nostri compagni, e il nostro che voleva rimanere un segreto. E quella notte, quella notte abbiamo fatto l’amore, e per me sei stato tutto. Il tuo corpo era tutto, la tua voce era tutto, i tuoi occhi belli anche al buio erano tutto, il tuo calore, la tua pelle, tu, tu eri tutto. Martedì, un’altra giornata di sguardi e baci rubati, un’altra notte di amore e parole, di risate e di sorrisi. Tu che tenti di insegnarmi il francese, e io che fallisco miseramente facendoti ridere. Tu che impari parole in italiano per potermi complimentare anche nella mia lingua, come se tutte le cose che mi dici in inglese non fossero abbastanza. “Stop being so actractive”, “Your eyes are so blue, it’s crazy”, “Belissima”, “Carrrina”. Sappi che mi hai confermato tutti gli stereotipi sul romanticismo francese. Mercoledì è stata la giornata della musica, dei violini, della lirica, dell’orchestra. E la mia gioia incredula di avere seduto a fianco a me un ragazzo che riesce ad amare anche queste cose. Smettila di essere perfetto. La nostra passeggiata in castello con gli archi che ci accompagnano in sottofondo, noi due seduti sull’erba ad ascoltare, vicini, per mano, senza il bisogno di nessuna parola. E abbiamo di nuovo fatto l’amore, ancora e ancora, e abbiamo di nuovo dormito abbracciati e mi sono di nuovo innamorata dei tuoi occhi. E forse non sai quanto sei bello mentre dormi, ma io lo so, lo so bene, perché la mattina sembravi un angelo, con quelle labbra che esistono solo per essere baciate, la tua pelle che scotta e le tue ciglia nere che schiudi all’improvviso facendomi morire. La dovevi smettere di essere così perfetto, la dovevi smettere con le tue fusa assonnate la mattina e la dovevi smettere di farmi innamorare ad ogni sorriso. Giovedì non ci è più importato del giudizio degli, le ore iniziavano a farsi troppo poche. Ci siamo presi per mano e abbiamo vagato senza meta perché già sapevamo che una meta comune per noi non c’era. Ma questo pensiero è rimasto ben nascosto, perché ci siamo goduti ogni secondo di quella giornata. Le parole, le prese in giro, e così tante risate. “Are you kidding on me?”. Non pensavo fosse possibile essere così perfettamente felici. E la sera con tutti gli altri, e le mie amiche che ti hanno adorato dopo solo mezzora, le risa, le risa infinite di quella giornata. La mia felicità indescrivibile, era troppa, e quando quella notte abbiamo fatto ancora l’amore non ne potevo più, perché era troppa, davvero troppa, e non si può essere così felici. Ma poi è arrivato venerdì, è arrivato l’ultimo giorno, ma nella mia testa i giorni della settimana non esistevano più. Esistevano solo un susseguirsi di ore senza nome e senza scadenza, perché l’idea di dover chiamare quel giorno l’ultimo era troppo terribile per essere anche solo considerata. Così ho provato con tutta me stessa a non chiamare “venerdì” questo giorno, e siamo state felici come sempre. Tu eri perfetto come sempre, io ero persa nel verde e nell’oro come sempre. I colpi al cuore che mi assalivano ricordandomi che la clessidra continuava a girare sono stati soffocati con tutte le mie forze. Non potevo rovinare gli ultimi momenti con te. La nostra inconsciamente ultima passeggiata per mano, le nostre battute ormai usuali, il tuo inglese buffo e tu che mi permetti di prenderti in giro. C’era già la paura in qualche sguardo ma la felicità di essere ancora assieme la superava. Alla cena di gala eri bellissimo, come lo sei sempre stato e ancora di più. La nottata era di per se magica e averti seduto al mio fianco l’ha resa ancora più speciale. Le risa degli altri francesi al tavolo, la nostra amica americana, i ringraziamenti da parte di tutti i professori per il mio lavoro, le esibizioni, e poi il cibo, il vino, i balli.  Prendi la perfezione e mettila in una notte. Ma la notte finisce, ancora prima che sorga il sole, e il momento dei saluti è arrivato. Lacrime e lacrime mentre salutavo tutti i miei nuovi amici, la mia famiglia per due settimana, sapendo che non li avrei più rivisti. E così ce ne siamo andati, mano nella mano, per l’ultima volta. Per l’ultima volta abbiamo preso l’ascensore e siamo saliti al mio appartamento, per l’ultima volta ci siamo spogliati e abbiamo dormito così, pelle a pelle, nel mio letto. Ma questa volta non ho potuto trattenere le lacrime, non ho potuto ignorare il fatto che erano le ultime ore, gli ultimi minuti, in cui avrei sentito il tuo odore e in cui avrei baciato le tue labbra. E ti chiedo scusa di aver pianto così, senza riuscire a smettere. Ed esprimere quello che provavamo in quel momento ci è stato impossibile. Sarebbe stato impossibile per chiunque, ma per noi, in due lingue diverse, non c’era proprio speranza. Hai detto che siamo come due amici che si separano, non perché scelgono di farlo, ma semplicemente perché prendono due strade diverse. Hai detto che sapere che avevamo una fine certa ha reso le cose ancora più intense. Hai detto che non mi dimenticherai, non solo perché abbiamo passato dei bellissimi momenti, ma perché ti ho cambiato. Ho detto che è ingiusto, e mi hai risposto che la vita è ingiusta, da vero medico mi dici che ci sono bambini che si ammalano, e muoiono, perché la vita è così, ingiusta. Per questo bisogna essere grati dei bei momenti che abbiamo la fortuna di vivere. E così, per l’ultima volta, mi sono addormentata fra le tue braccia, con gli occhi pieni di te e pieni di lacrime. Vorrei non parlare del nostro risveglio, di come mi sono sentita guardando il tuo viso addormentato e di quanto avrei voluto fermare il tempo quando hai aperto i tuoi occhi verdi e oro. Abbiamo fatto l’amore per l’ultima volta e per l’ultima volta ci siamo baciati. Sei riuscito a farmi sorridere, e ho dovuto dirti che no, non ti dimenticherò mai. Lasciarti uscire da quella porta è stata probabilmente la cosa più difficile che io abbia mai fatto, perché i tuoi occhi erano bellissimi anche pieni di lacrime. E da quel momento sono state ore di inferno, perché ancora non posso credere che tu te ne sia andato. Non so se ti rivedrò mai più, una parte di me non riesce a rassegnarsi a questa idea, l’altra dice di essere grata e andare avanti. Fa male, fa davvero troppo male, e ogni volta che trovo uno di quei post-it che mi hai nascosto per casa è una nuova ondata di lacrime. Continuo a sentire la tua voce  nella mia testa che dice “Oh rreally” con quel tuo maledetto, adorabile accento francese. Continuo a vederti nel mio letto, con gli occhi assonnati, che mi sorridi. Non so cosa succederà nel futuro, ma spero che arrivi il giorno in cui pensando a te sarò solamente felice, felice della splendida storia che ho avuto con te. Nessun rimpianto, anche se il dolore mi sta uccidendo. Grazie.