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Trentaquattro anni sapore di latte

Stamattina ho scopato con un uomo di trentaquattro anni, poi mentre eravamo nudi a letto l’ha chiamato sua madre. Gli ha chiesto se veniva a pranzo, che c’erano i nipotini che lo aspettavano. Questo mentre io mi soffocavo sotto le coperte perché non mi sentisse ridere. Poi abbiamo fatto colazione con caffè (per lui) e latte e nesquick (per me).

Le mie amiche mi chiedono perché mi piacciono solo gli uomini con almeno dieci anni più di me. Beh, con i ventenni scene del genere non ti succedono, o se succedono non fanno così ridere.

All’inizio pensavo che fosse ormai troppo insopportabile per me dare corda alla stupidità dei miei coetanei, che oltre a sbronzarsi il mercoledì, venerdì e qualche volta anche il sabato, non hanno molto da dimostrare. Poi però ho capito che anche a trent’anni le persone sono così, solo che per ubriacarsi possono permettersi un Black Russian al posto dei tagli di bianco scadente riservati a noi universitari.

O forse è colpa mia, che se un uomo dopo i trenta ci prova con una di ventidue che ne dimostra almeno quattro in meno qualche domanda me la dovrei fare. Forse questi esseri sono solo in cerca di pelle morbida e sapore di latte, e una scusa per fare finta di sentirsi ancora giovani.

Quindi ladies and gentleman sono fottuta, perché se io sono attratta da chi ha l’aria vissuta e ha tanto da raccontare, quello che attraggo sono solo una schiera di uomini che il mio nome è Pan, Peter Pan, e non voglio crescere.

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La mia faccia sembrava una scena del delitto

La mia faccia sembrava una scena del delitto.
Le pupille grandi, il doppio di ciò che è normalmente consentito dalla società, eppure non vedevo nulla.
I capelli spettinati in una coda ormai allentata, con ciocche liberate dal mio continuo agitrmi.
I lividi in tutto il corpo, che risaltavano saturi sulla mia pellle bianca.
Il rossetto sbavato, spalmato sul mento e sulle guance già arrossate.

Era natale, la sera di natale, e sembravo aver ricevuto un brutto regalo.

Ma le pupille erano grandi perché la notte era buia.
I capelli spettinati perché avevo ballato senza pensieri.
I lividi erano rimasti dalle lezioni di pole dance.
Il rossetto era sbavato per colpa di baci appassionati.

La mia faccia sembrava una scena del delitto ma il giudice aveva sbagliato sentenza.

Se ami il cinema spegni le luci.

È entrato a casa mia alle 3.45 di mattina, dentro di me dopo mezzora. Io avevo gli occhi stanchi per i fari del concerto, lui la voce roca per averci cantato, al suo concerto. O forse quella era la sua voce normale, che ne so, nei dischi quando canta suona diverso.
Inizia a girare per casa, spegne tutte le luci, poi fa un altro giro e accende tutte le altre cose luminose che riesce a trovare. Accende l’albero di natale, la televisione, la lampadina della cappa in cucina. Io intanto lo guardo senza fare domande, perché non so nemmeno cosa chiedere, se non “ma che cazzo stai facendo?”. Ma so che di li a poco dovrò andarci a letto e non vorrei che se la prendesse, anche perché non sembra uno normale. Sembra piuttosto uno che cammina su di un filo sospeso a cento metri d’altezza, con la calma di chi non ha paura di cadere, un po’ per ingenuità e un po’ perché ciò che aspetta la sotto non può essere tanto peggio di quello che abbiamo quassù. Quindi lo lascio trasformare casa mia in un luna park e resto zitta versandomi un altro bicchiere di Cabernet Franc.

Dopo aver compiuto la sua missione finalmente si siede accanto a me e si versa un bicchiere di vino molto abbondante. Mi guarda, ha lo sguardo perso. Non so che espressione avessi io in quel momento, oltre agli occhi stanchi e ubriachi, ma probabilmente riesce comunque a leggere la mia confusione che, indovina bene, non è data solo dalla alcool.
“Odio le luci, quelle grandi, che stanno in alto intendo. Odio anche il sole. Tu ami il cinema? Se ami il cinema non puoi non odiare queste luci. Se ami il cinema devi fare attenzione ad illuminare tutte le scene della tua vita con la luce giusta.”
Mi chiedo se la luce della cappa aspiratrice della mia cucina sotto la quale siamo seduti sia la luce giusta per due persone che si sono appena conosciute e che stanno per andare a letto assieme per la prima ed ultima volta. Crea un sacco di ombre sul suo viso, e sicuramente anche nel mio, facendoci sembrare se possibile ancora più stanchi e ubriachi. Quindi mi rispondo di no, ma penso alle luci di natale che ho attaccato l’altro giorno proprio sopra al letto, senza nessun motivo apparente, e mi viene da ridere.
Però non posso ridere, mi sta parlando dei suoi problemi, di sua madre che è morta, delle sue trenta gocce di xanax giornaliere, e poi ad un certo punto mi sta baciando, ma è come se stesse continuando a parlare di tutta quella tristezza che ha dentro e di come vorrebbe che io gliela facessi dimenticare.

Gliela voglio fare dimenticare.

Andiamo in camera mia, si guarda in giro e inizia a dire qualcosa, ma sta volta lo precedo. Spengo la luce e accendo le luci di natale colorate che ho maldestramemte appiccicato sopra il letto.  “Cosi è giusto, cosi siamo in un film”.
Lo so, siamo in un film, tu sei la rock star depressa e maledetta, io sono la studentessa che si è infilata nel backstage e che ti ha ignorato tutta la sera per non farti sentire importante. Solo che non è un film, sta succedendo veramente, quanto è vero che i vestiti stanno cadendo a terra uno ad uno, e quanto è vero che la tua pelle è calda e la mia è fredda.
Nello stupore generale, ovvero di noi due, che però in quel momento eravamo molto più di due persone, le luci iniziano a lampeggiare. E così prima c’è e poi non c’è più, ma lo sento sempre, anche quando quelle stupide, fantastiche luci non mi permettono di vederlo.
Siamo almeno in quattro in quel letto. C’è lui che è cattivo, morde, fa male, e io che mi spavento di una paura bellissima che non può, non deve finire. Poi c’è lui che è dolce, fragile, perché il suo cuore è troppo grande per il suo corpo, vuole implodere. E io che ho il potere inebriante di renderlo felice, almeno per quell’istante, e so che questo potere lo rende mio.

Non so per quanti minuti o ore quelle luci abbiano continuato a lampeggiare, era pur sempre un film, il concetto di tempo era distorto. Il copione era da VM14 un minuto e Jane Austen quello dopo. Io non lo sapevo che il sesso potesse essere bipolare, ma se questa è una malattia voglio soffrirne anche io.

Mi ha detto tante cose, davvero tante. Un momento pensava di essersi innamorato di me, quello dopo avevo il culo migliore che avesse mai visto.
“Se potessi fare l’amore con te ogni giorno smetterei di prendere lo xanax”.
Penso che nella mia breve vita nessuno mi abbia mai detto una cosa cosi bella e triste.

Così abbiamo deciso di amarci per una notte soltanto, che assieme saremmo perfetti e le altre persone le odiamo tutte comunque.
È stata una bella storia d’amore, mi ha chiesto dei miei genitori, gli sarebbe piaciuto conoscerli, che lui piace tanto ai genitori, più che ai loro figli.
Cosa vuoi dalla vita, cosa speri nel futuro, di cosa parliamo ora che c’è cosi poco tempo e cosi tanto che non sappiamo.

Poi mi spavento, perché sento quella connessione che si crea quando una persona soffre nel tuo stesso modo, ed è felice nel tuo stesso modo, forse di più o forse di meno, ma le menti funzionano in maniera affine, come se avessero lo stesso sistema operativo. Io mi spavento perché quando è cosi non è più un gioco, e lui è felice perché finalmente riesce a vedere le mie debolezze. Che appena mi ha conosciuta sembravo invincibile, dice, con tutto il mondo e lui ai miei piedi, la più sicura di tutte. E io penso che allora devo essere davvero brava a fingere ormai. Improvvisamente mi vede dolce, e diventa dolce anche lui. Le luci stanno ancora lampeggiando ma inizia a sorgere il sole e ci fa paura, perché per noi e la nostra storia d’amore il sole rappresenta la fine.

Non c’è più niente da dire, niente da fare, solo dimenticare il tempo e guardarci negli occhi ancora per un po, con quegli sguardi tristi da anime perse che si sono momentaneamente ritrovate e che si preparano a perdersi di nuovo.

Gli sguardi che vanno e vengono, con le luci che lampeggiano, e poi si spengono, definitivamente.

Come in un film.

You call it groupie I call it love

È passata più di una settimana, e continuo a sentire la tua voce. No, non sono impazzita, non immagino i fantasmi, mi sono solo scaricata tutta la tua discografia.
Ti ascolto cantare e provo a ricordare come suonava la tua voce mentre parlavi con me. Era diversa, più bassa, meno urlata, quasi dolce. Certo, non mentre facevamo l’amore. In quel momento suonavi più come le tue canzoni, che sono piene di amore e di odio allo stesso tempo. E anche tu eri esattamente cosi, passavi dal farmi male all’accarezzarmi le guance, stranamente senza mai sembrare incoerente. Perché ogni cosa che facevi, ogni tuo gesto, era cosi pieno da sembrare naturale, come vivere e morire.
Persino le confessioni d’amore fatte ridendo, con la consapevolezza di esserci conosciuti solo qualche ora prima, hanno avuto più significato di molte storie nate già morte.
È cosi quando incontri una persona che sai che non rivedrai più, gli dai tutto.
E non è vero che non ci si possa amare per una notte. Certo è un amore diverso, è un amore insensato, senza futuro, ma è proprio quella mancanza di prospettiva che lo rende così intenso. Perché non ci sono filtri, puoi essere te stesso ed è come respirare per la prima volta dopo molti anni.

Soltanto prima di addormentarci, mentre mi nascondevo fra le tue braccia, mi hai raccontato cose di me stessa che nemmeno io conoscevo. Mi hai detto che appena mi hai vista sembravo invincibile. Cosi sicura da farti paura, anche dopo aver affrontato un palco e un pubblico esigente. Mi hai detto che solo li, a letto, in quel momento, sembravo essermi tolta la maschera. E quello che tu ci hai trovato sotto era dolcezza e paura.
Hai voluto rimanere a dormire accanto a me e io ti ho lasciato farlo, nonostante siamo stati entrambi attenti a sottolineare che “non lo faccio mai”.
Lo vedi, eravamo due anime perse che si sono incontrate per caso e si sono subito riconosciute come appartenenti alla stessa specie. E proprio perché apparteniamo alla stessa specie sapevamo fin dall’inizio che sarebbe stata  una notte fantastica ma una notte soltanto.
Ora sei a centinaia di chilometri da me, ma posso continuare ad ascoltare la tua voce quando voglio. E se nel tuo prossimo disco troverò una canzone che parla di amore, paura, e occhi azzurri, la immaginerò per me.

Da amanti a amici (?)

Più che un amante forse ho perso un amico. Perché ci sono stati pochi momenti da amanti, ma tanti da amici.

So che come amanti non possiamo funzionare. C’è l’età di mezzo, i tuoi problemi mentali, i miei problemi mentali, e chissà cos’altro. Ma rinunciare anche al te “amico” si sta rivelando più difficile del previsto. 

Mi è capitato poche volte di sentirmi così capita da qualcuno, ed è una cosa che mi manca ogni giorno. Vorrei poter essere forte per poter essere tua amica senza desiderare di più, perché il pensiero di non averti in nessun modo mi pare sempre più stupido. 

Temo di avere bisogno di un manuale su come passare da amanti ad amici, ma sopratutto ho bisogno di sapere se è una cosa giusta o un altra delle mie idee di merda.

Così ci diciamo addio

Ok, forse dormire assieme non è stata proprio una grande idea.

E il verbo dormire non è usato come un modo elegante per dire qualcos’altro, intendo proprio dormire dormire. Dormire abbracciati, dormire stretti, dormire col calore dell’altro addosso e il profumo della sua pelle nelle narici. Dormire assieme può essere più intimo del sesso, può fare battere il cuore più forte che con un bacio.

Forse è proprio per questo che non avrei dovuto farlo, perchè è una cosa troppo intima per due persone come noi, che in quattro mesi non sono state capaci di stare assieme felicemente per più di una settimana di fila. Persone come noi che sanno già di non avere un futuro assieme, perchè non hanno ancora imparato a non giocare tra loro.

Ma come facevo ad andare via? Come facevo a mandarti via quando stretta fra le tue braccia sentivo il tuo respiro sul collo? E mi sentivo in pace, come se non esistesse nessun problema al mondo, perchè l’unico problema reale in quel momento eri tu. Eri tu, ed ero io distesa vicino a te. Noi eravamo il problema perchè noi non esistiamo. “Noi” è solo una fantasia che entrambi abbiamo e che non si realizzarà mai. Nemmeno quello che provo per te non esiste, perchè non è per te che lo provo davvero. Lo provo per l’idea che ho di te, per una fantasia. Sono innamorata di una fantasia.

Ma i nostri corpi sono reali. I nostri cuori sono reali, le nostre mani sono reali, le nostre labbra e i nostri occhi sono reali. E questi battono, si sfiorano, si baciano e si guardano. E quando lo fanno i sentimenti dilagano, e si perdono, perchè non hanno nessuno su cui posarsi. Rimangono li, sospesi per aria, a fare male.

Ora che me ne vado non so quando ci rivedremo, non lo so io, non lo sai tu, e entrambi sappiamo di non saperlo. Voglio pensare che sia stato questo il motivo. Abbiamo dormito assieme per sentire un ultima volta quei sentimenti inutili ma irrinunciabili a cui siamo stati aggrappati per mesi. Abbiamo dormito assieme per dirci addio.

Like a Man

Nell ultime settimane in cui sono stata costantemente impegnata nel tentativo di comprendere la psicologia maschile, ho ritirato fuori un vecchio libro comprato in un charity shop in Inghilterra alla tenera età di 13 anni. Il libro in questione è nientepopò di meno che “Men are from Mars, Women are from Venus”  Io per principio non credo nei bestseller, ma ci ho ridato comunque una letta volentieri, più che altro perchè volevo vedere, dopo 7 anni di esperienza attorno ai maschietti, se il libro effettivamente diceva qualcosa di vero (d’altronde a 13 anni non avevo un granchè da comparare con ciò che leggevo). Ebbene, certe idee sono interessanti lo ammetto, gli uomini come gli elastici, le donne come le onde, ovviamente tutto troppo generalizzato e piuttosto banale.

Ma non è questo che mi ha dato da pensare. Più scorrevo le pagine, più una strana sensazione iniziava a farsi strada nei meandri della mia mente. All’inizio non capivo bene cosa fosse, poi l’illuminazione. Il mio modo di pensare e comportarmi assomiglia molto di più a quello dei marziani uomini che a quello delle venusiane donne. Questo secondo il libro ovviamente.

Ci ho ripensato stamattina, guardando l’ennesima puntata di Sex and the City (la mia ultima droga scaccia pensieri). L’argomento della rubrica del giorno di Carrie era “perchè le donne non possono fare sesso come gli uomini?”, dove per “come gli uomini” si intende senza emozioni, per divertimento e basta. Io facendo un passo indietro mi chiedo “perchè nell’immaginario collettivo questo tipo di cose viene visto come un qualcosa di prettamente maschile?”. Non capisco perchè se una donna pensa o fa qualcosa che non segue esattamente il filo logico di Jane Austen deve sentirsi dire che si comporta come un uomo. Forse semplicemente le va di fare così, o non gliene frega niente, o è una stronza, o magari una un pò vacca. Ma non dite che si comporta come un uomo.