Tag Archives: Parigi

Un viaggio iniziato e non finito

Cara amica,

Ti scrivo dall aeroporto, sto aspettando il volo e il tempo fa fatica a passare. Non so ancora bene come mi sento, pensavo che avrei passato tutto il viaggio piangendo e invece sono qui seduta tranquilla, ma forse sono solo in negazione.
Sono stati tre giorni perfetti, come se gli ultimi tre mesi in cui siamo stati separati non siano mai esistiti. Lui (ahimè) è sempre perfetto. Dolce, gentile, romantico, intelligente, divertente, e potrei continuare. Passare questi giorni nel suo mondo è stato stranissimo, e in un certo senso me lo hanno fatto apprezzare ancora di più. Mi sono resa conto che mi piace così tanto perché è proprio così che vorrei essere anche io. Lui è una persona completa… È felice con se stesso, fa un sacco di cose, si diverte, si impegna tantissimo per l’università, e trova anche il tempo per coltivare i suoi interessi e studiare le cose che ama. Mi ha fatto vedere le sue foto, i suoi video, ed è pazzesco quanto talento abbia nonostante per lui si tratti solamente di una passione che lo tiene impegnato nel (poco) tempo libero che ha. A confronto io mi sento una persona inutile che perde solo tempo. E dovresti vedere la sua casa, è piccolissima ma un ambiente davvero incredibile, le foto, la musica, l’arredamento, traspira arte da tutti gli angoli. Poi mi ha portato a vedere posti stupendi, le zone più alternative e artistiche della città, i palazzi, le esposizioni, un lato di Parigi davvero stupendo.
Inutile dire che tutto questo mi ha fatto inesorabilmente innamorare di lui ancora di più, ma penso anche di aver capito tante cose.
Quello che provo è per lui, ma anche per quello che siamo quando siamo assieme… Non so come spiegare, quindi riprendo le sue parole. Io e lui assieme siamo come dentro a una bolla, in cui tutto è perfetto e non esiste nient’altro. Ma non possiamo vivere dentro questa bolla per sempre, perché sennò non sarebbe così speciale. 
L’ultima sera abbiamo parlato, non sapevo nemmeno io cosa volevo e cosa mi aspettavo, ma ora ho capito come stanno le cose, e penso che sia l’unico modo in cui possano andare. Chiamarla una relazione a distanza rovinerebbe tutto e non penso che sia quello che nessuno dei due voglia… Sentirci forzatamente ogni giorno solo per sapere come vanno le cose non cancellerebbe il fatto che non possiamo stare assieme e non renderebbe le cose migliori. Ha detto che abbiamo creato la nostra relazione, che non possiamo etichettare in nessun modo. Ha detto che era talmente contento che fossi li, e che è innamorato, ma che la sua vita ora tra l’università e l’ospedale non gli permettono di vedermi spesso come vorrebbe. Per questo non se la sente di dirmi se e quando ci rivedremo, ma dice chissà, forse quando avrà finito potremmo trasferirci assieme da qualche parte. Ma sa che ora non può darmi quello che vorrei, e per questo farsi piani o promesse non ha senso.
Gli ho chiesto “e se mi innamorassi di qualcun altro?”. Ha detto che non lo vorrebbe sapere, ma che se un giorno mi chiedesse di rivedermi e io fossi impegnata, allora cercherebbe di essere felice per me e mi lascerebbe stare, perché l’importante è che io sia felice (se la situazione fosse invertita io non so come reagirei).
E non voglio metterti a disagio con discorsi intimi, ma ha detto anche che quando facciamo l’amore è come se parlassimo la stessa lingua e ci capissimo alla perfezione… Nonostante non parliamo la stessa lingua e ci capiamo spesso a gesti.
Non so come mi sento, ovviamente sono tristissima perché è impossibile non esserlo alla fine di tre giorni così. Ma ho pensato tanto a quello che ci siamo detti e penso che tutto abbia senso. Ora questo è il massimo che posso avere da lui, e il massimo che posso dargli, prendere o lasciare. E non riesco a lasciare, non sono in grado di rinunciarci. Devo continuare la mia vita sapendo che lui è la, che quello che abbiamo avuto e abbiamo è speciale, ma che non so come e se mai si evolverà.

Advertisements

Una settimana di amore, poi addio

Sono alla fine e ripenso all’inizio. Un inizio confuso lo ammetto, inaspettato. Era una di quelle sere in cui è l’alcol ad avere la meglio, in cui è lui a guidarti lasciando una scia di ricordi confusi. Ricordo le persone che ballano e ridono, tu che mi prendi per mano, che all’improvviso sei in camera mia. E il risveglio imbarazzato della mattina dopo, il mal di testa, il cercare di ricostruire i fatti. E’ stato un inizio che di per se sembrava già una fine. Pensavo che avrei dovuto passare la settimana successiva con gli sguardi di tutti addosso e la vergogna di incrociare il tuo sguardo, ma non potevo sbagliarmi di più. Sei stato perfetto, mi hai preso per mano e mi hai guarita da tutti i dubbi, e Venezia non è mai stata così bella. Il caffe noi due soli in piazza Margherita, i discorsi stentati in inglese sulle nostre vite, sull’arte, le tue foto stupende e le tue maniere perfette. Il lungo viaggio in treno di ritorno, addormentato sulla mia spalla. E un’altra notte a casa mia, dormendo, solo dormendo tra le tue braccia. Domenica mattina ho aperto gli occhi e la prima cosa che ho visto sono stati i tuoi. E ti giuro che non esistono al mondo degli occhi più belli di quelli con cui mi hai sorriso quella mattina, e con cui mi hai sorriso assonnato tutte le mattine successive. E ti sbagli, perché non sono marroni, sono verdi, oro, neri, sono di un colore che forse non esiste e che ho inventato io soltanto per te. Un intera giornata a letto, con te, alzandoci solo per fare colazione, colazione che tu hai voluto preparare per me, continuando a stupirmi per le tue assurde buone maniere e per la tua gentilezza senza controllo. Un intera giornata a letto, con te, abbracciati, coccolati, accarezzati, parlando di mille cose con quella tua voce perfetta e la tua r francese che mi fa impazzire quando dici il mio nome. La Francia, i film francesi, Parigi, la medicina, il Vietnam, la tua famiglia, i tuoi viaggi, le cose che ami. Non avrei mai smesso di ascoltare le tue storie. Quando te ne sei andato il mio letto già si sentiva vuoto. Il giorno dopo e i sorrisi nascosti ogni volta che ci incrociavamo nei corridoi, i tuoi occhiolini buffi e i miei occhi che ti cercavano di continuo. Le occhiate indagatorie dei nostri compagni, e il nostro che voleva rimanere un segreto. E quella notte, quella notte abbiamo fatto l’amore, e per me sei stato tutto. Il tuo corpo era tutto, la tua voce era tutto, i tuoi occhi belli anche al buio erano tutto, il tuo calore, la tua pelle, tu, tu eri tutto. Martedì, un’altra giornata di sguardi e baci rubati, un’altra notte di amore e parole, di risate e di sorrisi. Tu che tenti di insegnarmi il francese, e io che fallisco miseramente facendoti ridere. Tu che impari parole in italiano per potermi complimentare anche nella mia lingua, come se tutte le cose che mi dici in inglese non fossero abbastanza. “Stop being so actractive”, “Your eyes are so blue, it’s crazy”, “Belissima”, “Carrrina”. Sappi che mi hai confermato tutti gli stereotipi sul romanticismo francese. Mercoledì è stata la giornata della musica, dei violini, della lirica, dell’orchestra. E la mia gioia incredula di avere seduto a fianco a me un ragazzo che riesce ad amare anche queste cose. Smettila di essere perfetto. La nostra passeggiata in castello con gli archi che ci accompagnano in sottofondo, noi due seduti sull’erba ad ascoltare, vicini, per mano, senza il bisogno di nessuna parola. E abbiamo di nuovo fatto l’amore, ancora e ancora, e abbiamo di nuovo dormito abbracciati e mi sono di nuovo innamorata dei tuoi occhi. E forse non sai quanto sei bello mentre dormi, ma io lo so, lo so bene, perché la mattina sembravi un angelo, con quelle labbra che esistono solo per essere baciate, la tua pelle che scotta e le tue ciglia nere che schiudi all’improvviso facendomi morire. La dovevi smettere di essere così perfetto, la dovevi smettere con le tue fusa assonnate la mattina e la dovevi smettere di farmi innamorare ad ogni sorriso. Giovedì non ci è più importato del giudizio degli, le ore iniziavano a farsi troppo poche. Ci siamo presi per mano e abbiamo vagato senza meta perché già sapevamo che una meta comune per noi non c’era. Ma questo pensiero è rimasto ben nascosto, perché ci siamo goduti ogni secondo di quella giornata. Le parole, le prese in giro, e così tante risate. “Are you kidding on me?”. Non pensavo fosse possibile essere così perfettamente felici. E la sera con tutti gli altri, e le mie amiche che ti hanno adorato dopo solo mezzora, le risa, le risa infinite di quella giornata. La mia felicità indescrivibile, era troppa, e quando quella notte abbiamo fatto ancora l’amore non ne potevo più, perché era troppa, davvero troppa, e non si può essere così felici. Ma poi è arrivato venerdì, è arrivato l’ultimo giorno, ma nella mia testa i giorni della settimana non esistevano più. Esistevano solo un susseguirsi di ore senza nome e senza scadenza, perché l’idea di dover chiamare quel giorno l’ultimo era troppo terribile per essere anche solo considerata. Così ho provato con tutta me stessa a non chiamare “venerdì” questo giorno, e siamo state felici come sempre. Tu eri perfetto come sempre, io ero persa nel verde e nell’oro come sempre. I colpi al cuore che mi assalivano ricordandomi che la clessidra continuava a girare sono stati soffocati con tutte le mie forze. Non potevo rovinare gli ultimi momenti con te. La nostra inconsciamente ultima passeggiata per mano, le nostre battute ormai usuali, il tuo inglese buffo e tu che mi permetti di prenderti in giro. C’era già la paura in qualche sguardo ma la felicità di essere ancora assieme la superava. Alla cena di gala eri bellissimo, come lo sei sempre stato e ancora di più. La nottata era di per se magica e averti seduto al mio fianco l’ha resa ancora più speciale. Le risa degli altri francesi al tavolo, la nostra amica americana, i ringraziamenti da parte di tutti i professori per il mio lavoro, le esibizioni, e poi il cibo, il vino, i balli.  Prendi la perfezione e mettila in una notte. Ma la notte finisce, ancora prima che sorga il sole, e il momento dei saluti è arrivato. Lacrime e lacrime mentre salutavo tutti i miei nuovi amici, la mia famiglia per due settimana, sapendo che non li avrei più rivisti. E così ce ne siamo andati, mano nella mano, per l’ultima volta. Per l’ultima volta abbiamo preso l’ascensore e siamo saliti al mio appartamento, per l’ultima volta ci siamo spogliati e abbiamo dormito così, pelle a pelle, nel mio letto. Ma questa volta non ho potuto trattenere le lacrime, non ho potuto ignorare il fatto che erano le ultime ore, gli ultimi minuti, in cui avrei sentito il tuo odore e in cui avrei baciato le tue labbra. E ti chiedo scusa di aver pianto così, senza riuscire a smettere. Ed esprimere quello che provavamo in quel momento ci è stato impossibile. Sarebbe stato impossibile per chiunque, ma per noi, in due lingue diverse, non c’era proprio speranza. Hai detto che siamo come due amici che si separano, non perché scelgono di farlo, ma semplicemente perché prendono due strade diverse. Hai detto che sapere che avevamo una fine certa ha reso le cose ancora più intense. Hai detto che non mi dimenticherai, non solo perché abbiamo passato dei bellissimi momenti, ma perché ti ho cambiato. Ho detto che è ingiusto, e mi hai risposto che la vita è ingiusta, da vero medico mi dici che ci sono bambini che si ammalano, e muoiono, perché la vita è così, ingiusta. Per questo bisogna essere grati dei bei momenti che abbiamo la fortuna di vivere. E così, per l’ultima volta, mi sono addormentata fra le tue braccia, con gli occhi pieni di te e pieni di lacrime. Vorrei non parlare del nostro risveglio, di come mi sono sentita guardando il tuo viso addormentato e di quanto avrei voluto fermare il tempo quando hai aperto i tuoi occhi verdi e oro. Abbiamo fatto l’amore per l’ultima volta e per l’ultima volta ci siamo baciati. Sei riuscito a farmi sorridere, e ho dovuto dirti che no, non ti dimenticherò mai. Lasciarti uscire da quella porta è stata probabilmente la cosa più difficile che io abbia mai fatto, perché i tuoi occhi erano bellissimi anche pieni di lacrime. E da quel momento sono state ore di inferno, perché ancora non posso credere che tu te ne sia andato. Non so se ti rivedrò mai più, una parte di me non riesce a rassegnarsi a questa idea, l’altra dice di essere grata e andare avanti. Fa male, fa davvero troppo male, e ogni volta che trovo uno di quei post-it che mi hai nascosto per casa è una nuova ondata di lacrime. Continuo a sentire la tua voce  nella mia testa che dice “Oh rreally” con quel tuo maledetto, adorabile accento francese. Continuo a vederti nel mio letto, con gli occhi assonnati, che mi sorridi. Non so cosa succederà nel futuro, ma spero che arrivi il giorno in cui pensando a te sarò solamente felice, felice della splendida storia che ho avuto con te. Nessun rimpianto, anche se il dolore mi sta uccidendo. Grazie.

Vivere viaggiando

Sono sempre stata affascinata ed attratta dall’idea del viaggio. Visitare luoghi mai visti, scoprire diverse culture, imparare ed arricchirsi.
Sono per i viaggi a full immersion, se vado in un nuovo paese non voglio limitarmi a visitarne i più importanti monumenti e musei. Voglio passeggiare per le strade senza nessuna meta, voglio provare tutti i cibi tipici nei locali più nascosti, farmi prendere dall’atmosfera generale che caratterizza quella città e la rende unica. Ho imparato ad amare questo approccio vivendo a Londra, lì è dove ho davvero capito la differenza che sta tra il visitare una città come turista e il VIVERE una città.
L’unica pecca è che per fare questo c’è bisogno di un prerequisito tanto banale quanto importante, il tempo.
Il rimpianto più grande del mio ultimo viaggio a Parigi è stato proprio quello di non essere riuscita a vivere in pieno l’esperienza parigina (fatta esclusione per l’ultima sera ovviamente). Ma purtroppo non è facile quando si hanno solo cinque giorni e si viaggia in quattro. Il tempo è poco, le cose da vedere tante e bisogna adattarsi ai desideri di tutti.
Una scusa in più per tornarci!
La mio prossima meta potrebbe essere la Svezia, ma non si tratterebbe di una semplice vacanza.
Molto, molto di più.

The french kiss

Party sul lungo Senna, dj set con musica elettronica rimbombante, centinaia di giovani seduti sul prato armati di bottiglie di vino portate da casa o comprate al momento dai “Rosario” parigini, che invece che rose vendono vinelli da 4 soldi. La prima bottiglia se ne va presto e iniziano le risatine senza senso, della seconda riusciamo ad arrivare appena a metà che quell’inimitabile senso di leggerezza che solo l’alcool può dare ci spinge ad alzarci e buttarci nella mischia a ballare, bottiglia in mano inclusa ovviamente.
Non passano nemmeno 20 secondi che basta buttare l’occhio a fianco a noi per vedere subito due bei ragazzi (ma chi non lo è qua a Parigi?).
Uno mi sorride, “bonsoir!”. Rispondo con una risatina sbronza perché non so fare di meglio. Tempo 5 minuti e ci ritroviamo a ballare affianco, così iniziano i classici discorsi in pseudo inglese “da dove vieni? Ah Italia! Sono stato a Milano e a Roma, l’Italia è proprio bella!” Si chiama Lucas e non riesce a dire il mio nome, glielo devo ripetere almeno 4 volte sillabando, ma d’altronde io continuo a chiamarlo Lucà con l’accento finale, perché fa più francese secondo me. È proprio bello, e sono sicura che non è solo perché sono ubriaca, lo è davvero accidenti. Allora inizia il flirtaggio internazionale “cosa pensi delle ragazze italiane?” “Oh sono bellissime, più belle delle francesi, e tu cosa pensi di noi parigini?” “Oh molto meglio degli italiani!” Il problema è che io lo penso davvero.
Ha gli occhi verdi, bellissimi occhi verdi e un bel sorriso. Continua a chiedermi scusa perché è senza voce dalla festa di ieri, e perché non parla italiano. Ad un certo punto l’alcol mi spinge a fare l’impensabile “allora hai una ragazza qua a Parigi?” “I want to be onest so yes, but she is not here” “then you shouldn’t be dancing with me! Well, I don’t care”
Sorride, mi abbraccia, mi guarda, risorride, sorrido anche io, si avvicina e mi bacia.
Tutti parlano del famoso “bacio alla francese” e ve lo posso confermare seduta stante: c’è una ragione se lo chiamano così.
Non so per quanto tempo siamo stati in mezzo alla folla a ballare, baciare, e sorridere, ma ad un certo punto la musica si ferma e la gente comincia ad andarsene. Le mie amiche e rispettive conquiste cominciano a camminare lungo la Senna verso una meta sconosciuta, io rimango un po’ indietro senza saper bene cosa fare, lui mi prende per mano e iniziamo a passeggiare. Quale ragazzo dopo una serata in discoteca ti prende per mano e passeggia con te lungo la Senna sotto le luci di Parigi? Forse il romanticismo dei francesi non è un cliché!
Camminiamo, parliamo, ci baciamo, sorridiamo, ad un certo punto il resto del gruppo si ferma e noi ci sediamo sul bordo del fiume. Mi chiede se ho voglia di fare una nuotata, io rido, banale ma effettivo. Parliamo tanto, gli racconto cosa faccio nella vita e lui mi racconta della sua, ha 25 anni e lavora ma non ho ben capito cosa fa. Si lamenta perché non riesce a dire la “r” all’italiana e quindi non sa pronunciare bene il mio nome, io continuo a chiamarlo Lucà. Mi chiede se so dire qualcosa in francese ma io non lo so.
“Je t’aime?”
“Ti amo?”
“Ti amo!”
Avrei potuto passare tutto il resto della vita seduta li con lui, e sapere che non lo avrei mai più rivisto ha reso le cose ancora più belle se possibile.
Non so che ora è ma ad un certo punto capisco che ci dobbiamo salutare. “This is really sad, I don’t wanna leave you!” mi dice, e mi sorride. Sorride un sacco questo ragazzo. Gli chiedo di fare una foto assieme per ricordo e lui mi chiede l’amicizia su Facebook.
Poi mi bacia, mi dice goodbye, mi sorride e se ne va. Dopo 20 metri si gira e torna indietro.
Il bacio d’addio più bello di sempre.

Innamorarsi a Parigi

Esiste un cliché più cliché dell’innamorarsi a Parigi? Forse no, ma non mi interessa! Che poi qui non si parla di innamoramento al singolare, ma di infatuazioni a raffica ogni 30 metri! Non ho mai avuto nessuna aspettativa per i ragazzi francesi, quindi sono libera da ogni tipo di stereotipo, ma porcamiseria quanto sono belli?? Io e le mie compagne di viaggio eravamo sconvolte.
E per fortuna come da manuale l’ultima sera ci è anche scappata la festa sul lungo Senna in compagnia di bei ragazzi e vino da 2 euro a bottiglia, per poi finire nelle braccia di un parigino doc e provare cosa sia davvero il famoso “bacio alla francese”.
Ma questa è un altra storia.