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Se ami il cinema spegni le luci.

È entrato a casa mia alle 3.45 di mattina, dentro di me dopo mezzora. Io avevo gli occhi stanchi per i fari del concerto, lui la voce roca per averci cantato, al suo concerto. O forse quella era la sua voce normale, che ne so, nei dischi quando canta suona diverso.
Inizia a girare per casa, spegne tutte le luci, poi fa un altro giro e accende tutte le altre cose luminose che riesce a trovare. Accende l’albero di natale, la televisione, la lampadina della cappa in cucina. Io intanto lo guardo senza fare domande, perché non so nemmeno cosa chiedere, se non “ma che cazzo stai facendo?”. Ma so che di li a poco dovrò andarci a letto e non vorrei che se la prendesse, anche perché non sembra uno normale. Sembra piuttosto uno che cammina su di un filo sospeso a cento metri d’altezza, con la calma di chi non ha paura di cadere, un po’ per ingenuità e un po’ perché ciò che aspetta la sotto non può essere tanto peggio di quello che abbiamo quassù. Quindi lo lascio trasformare casa mia in un luna park e resto zitta versandomi un altro bicchiere di Cabernet Franc.

Dopo aver compiuto la sua missione finalmente si siede accanto a me e si versa un bicchiere di vino molto abbondante. Mi guarda, ha lo sguardo perso. Non so che espressione avessi io in quel momento, oltre agli occhi stanchi e ubriachi, ma probabilmente riesce comunque a leggere la mia confusione che, indovina bene, non è data solo dalla alcool.
“Odio le luci, quelle grandi, che stanno in alto intendo. Odio anche il sole. Tu ami il cinema? Se ami il cinema non puoi non odiare queste luci. Se ami il cinema devi fare attenzione ad illuminare tutte le scene della tua vita con la luce giusta.”
Mi chiedo se la luce della cappa aspiratrice della mia cucina sotto la quale siamo seduti sia la luce giusta per due persone che si sono appena conosciute e che stanno per andare a letto assieme per la prima ed ultima volta. Crea un sacco di ombre sul suo viso, e sicuramente anche nel mio, facendoci sembrare se possibile ancora più stanchi e ubriachi. Quindi mi rispondo di no, ma penso alle luci di natale che ho attaccato l’altro giorno proprio sopra al letto, senza nessun motivo apparente, e mi viene da ridere.
Però non posso ridere, mi sta parlando dei suoi problemi, di sua madre che è morta, delle sue trenta gocce di xanax giornaliere, e poi ad un certo punto mi sta baciando, ma è come se stesse continuando a parlare di tutta quella tristezza che ha dentro e di come vorrebbe che io gliela facessi dimenticare.

Gliela voglio fare dimenticare.

Andiamo in camera mia, si guarda in giro e inizia a dire qualcosa, ma sta volta lo precedo. Spengo la luce e accendo le luci di natale colorate che ho maldestramemte appiccicato sopra il letto.  “Cosi è giusto, cosi siamo in un film”.
Lo so, siamo in un film, tu sei la rock star depressa e maledetta, io sono la studentessa che si è infilata nel backstage e che ti ha ignorato tutta la sera per non farti sentire importante. Solo che non è un film, sta succedendo veramente, quanto è vero che i vestiti stanno cadendo a terra uno ad uno, e quanto è vero che la tua pelle è calda e la mia è fredda.
Nello stupore generale, ovvero di noi due, che però in quel momento eravamo molto più di due persone, le luci iniziano a lampeggiare. E così prima c’è e poi non c’è più, ma lo sento sempre, anche quando quelle stupide, fantastiche luci non mi permettono di vederlo.
Siamo almeno in quattro in quel letto. C’è lui che è cattivo, morde, fa male, e io che mi spavento di una paura bellissima che non può, non deve finire. Poi c’è lui che è dolce, fragile, perché il suo cuore è troppo grande per il suo corpo, vuole implodere. E io che ho il potere inebriante di renderlo felice, almeno per quell’istante, e so che questo potere lo rende mio.

Non so per quanti minuti o ore quelle luci abbiano continuato a lampeggiare, era pur sempre un film, il concetto di tempo era distorto. Il copione era da VM14 un minuto e Jane Austen quello dopo. Io non lo sapevo che il sesso potesse essere bipolare, ma se questa è una malattia voglio soffrirne anche io.

Mi ha detto tante cose, davvero tante. Un momento pensava di essersi innamorato di me, quello dopo avevo il culo migliore che avesse mai visto.
“Se potessi fare l’amore con te ogni giorno smetterei di prendere lo xanax”.
Penso che nella mia breve vita nessuno mi abbia mai detto una cosa cosi bella e triste.

Così abbiamo deciso di amarci per una notte soltanto, che assieme saremmo perfetti e le altre persone le odiamo tutte comunque.
È stata una bella storia d’amore, mi ha chiesto dei miei genitori, gli sarebbe piaciuto conoscerli, che lui piace tanto ai genitori, più che ai loro figli.
Cosa vuoi dalla vita, cosa speri nel futuro, di cosa parliamo ora che c’è cosi poco tempo e cosi tanto che non sappiamo.

Poi mi spavento, perché sento quella connessione che si crea quando una persona soffre nel tuo stesso modo, ed è felice nel tuo stesso modo, forse di più o forse di meno, ma le menti funzionano in maniera affine, come se avessero lo stesso sistema operativo. Io mi spavento perché quando è cosi non è più un gioco, e lui è felice perché finalmente riesce a vedere le mie debolezze. Che appena mi ha conosciuta sembravo invincibile, dice, con tutto il mondo e lui ai miei piedi, la più sicura di tutte. E io penso che allora devo essere davvero brava a fingere ormai. Improvvisamente mi vede dolce, e diventa dolce anche lui. Le luci stanno ancora lampeggiando ma inizia a sorgere il sole e ci fa paura, perché per noi e la nostra storia d’amore il sole rappresenta la fine.

Non c’è più niente da dire, niente da fare, solo dimenticare il tempo e guardarci negli occhi ancora per un po, con quegli sguardi tristi da anime perse che si sono momentaneamente ritrovate e che si preparano a perdersi di nuovo.

Gli sguardi che vanno e vengono, con le luci che lampeggiano, e poi si spengono, definitivamente.

Come in un film.

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You call it groupie I call it love

È passata più di una settimana, e continuo a sentire la tua voce. No, non sono impazzita, non immagino i fantasmi, mi sono solo scaricata tutta la tua discografia.
Ti ascolto cantare e provo a ricordare come suonava la tua voce mentre parlavi con me. Era diversa, più bassa, meno urlata, quasi dolce. Certo, non mentre facevamo l’amore. In quel momento suonavi più come le tue canzoni, che sono piene di amore e di odio allo stesso tempo. E anche tu eri esattamente cosi, passavi dal farmi male all’accarezzarmi le guance, stranamente senza mai sembrare incoerente. Perché ogni cosa che facevi, ogni tuo gesto, era cosi pieno da sembrare naturale, come vivere e morire.
Persino le confessioni d’amore fatte ridendo, con la consapevolezza di esserci conosciuti solo qualche ora prima, hanno avuto più significato di molte storie nate già morte.
È cosi quando incontri una persona che sai che non rivedrai più, gli dai tutto.
E non è vero che non ci si possa amare per una notte. Certo è un amore diverso, è un amore insensato, senza futuro, ma è proprio quella mancanza di prospettiva che lo rende così intenso. Perché non ci sono filtri, puoi essere te stesso ed è come respirare per la prima volta dopo molti anni.

Soltanto prima di addormentarci, mentre mi nascondevo fra le tue braccia, mi hai raccontato cose di me stessa che nemmeno io conoscevo. Mi hai detto che appena mi hai vista sembravo invincibile. Cosi sicura da farti paura, anche dopo aver affrontato un palco e un pubblico esigente. Mi hai detto che solo li, a letto, in quel momento, sembravo essermi tolta la maschera. E quello che tu ci hai trovato sotto era dolcezza e paura.
Hai voluto rimanere a dormire accanto a me e io ti ho lasciato farlo, nonostante siamo stati entrambi attenti a sottolineare che “non lo faccio mai”.
Lo vedi, eravamo due anime perse che si sono incontrate per caso e si sono subito riconosciute come appartenenti alla stessa specie. E proprio perché apparteniamo alla stessa specie sapevamo fin dall’inizio che sarebbe stata  una notte fantastica ma una notte soltanto.
Ora sei a centinaia di chilometri da me, ma posso continuare ad ascoltare la tua voce quando voglio. E se nel tuo prossimo disco troverò una canzone che parla di amore, paura, e occhi azzurri, la immaginerò per me.

Sex and the City, the (fictional) ending

Nonostante io sia un’appassionata del telefilm, non ero mai arrivata, fino a cinque minuti fa, all’ultima puntata.

Ebbene, penso di dover ancora elaborare la mia personale opinione sul come abbiano fatto finire il tutto. Forse un pò troppo happy ending, ma in fondo perchè no, è pur sempre una fiction. In un certo senso però, tutto è rimasto come era. C’è chi si è sposata, chi ha avuto figli, ma nel profondo i personaggi sono rimasti gli stessi.

Carrie è scappata a Parigi, inseguendo un sogno romantico, per poi tornare a New York con lui, sempre lui, Big. Lui che l’ha fatta soffrire, lui che è sempre stato un’incertezza, lui che, diciamolo, è stato uno stronzo.

Cosa vuol dire questo? Bisogna davero crederci, e lottare fino in fondo, per QUELLA persona? Anche se QUELLA persona ha fatto di tutto per spingerci lontano? Significa questo che se ami qualcuno non devi scendere a compromessi con nessun’altro, nemmeno se questo include una vita di lusso nella capitale francese?

I compromessi forse sono davvero inutili. Puoi trovare anche la persona migliore del mondo, ma se non è lui, non è lui.

Però questa è la vita vera, non un telefilm, e se qua QUELLA persona non si sveglia, che ne sarà di noi?

La notte e il letto

I minuti passano lenti.

Non so quanti ancora dovranno passare prima che il pensiero di te non mi riempia di malinconia.

Posso provare a ingannare il tempo, cercare di passarlo bene, cercare di farlo scorrere più velocemente, ma non posso impedire che si inneschi la modalità slow motion quando vado a dormire.

Il letto è il luogo dei pensieri, la notte il loro momento. E la testa sembra andare a fondo, sempre più a fondo, prima dentro il cuscino, poi sotto terra, stretta nel vuoto e assordata dal silenzio.

I pensieri sono troppo veloci persino per essere ascoltati, ma non passano ignorati. Quando arriva finalmente l’ora del sonno sono li, nei sogni, ancora più contorti e pesanti di prima, schiacciandoti più delle coperte che hai addosso.

Mi manchi.

Oggi sopravvivo

Il momento della verità certe volte arriva da solo, senza aver bisogno di essere accompagnato da nessun evento ecclatante o confessione scandalosa.

Una mattina ti svegli, e lo sai.

Sai cosa sta succedendo, sai cosa devi fare. Ed è così chiaro che pare impossibile che ci sia voluto così tanto per arrivarci.

L’altro ieri mi sono svegliata così. L’altro ieri mi sono svegliata e ho pensato “ma che diavolo sto facendo”. L’altro ieri mi sono svegliata e ho capito che se una cosa non funziona come dovrebbe, o come vorresti, esiste sicuramente da qualche parte una ragione che non può essere ignorata. E non si può sempre arrivare a compromessi, il cuore non sa cosa siano. Il cuore non conosce “ma”, e non conosce “se”, per lui o ci sei o non ci sei, adesso. E se vuoi davvero qualcosa che sai non arriverà mai, puoi provare a ingannarlo finchè vuoi, ma la verità sarà sempre la sotto.

L’altro ieri mi sono svegliata e ho capito che tutto questo mi stava facendo del male. Tu mi stavi facendo del male, senza volerlo, senza saperlo, mi stavi facendo del male nel tuo non essere quello di cui avevo bisogno.

L’altro ieri mi sono svegliata e ho capito che l’unica persona che poteva superare questa situazione ero io. Prendendo coraggio e dicendoti addio, trattenendo le lacrime fino al momento in cui non avrei visto la tua schiena sparire dietro la mia porta.

Ieri mi sono svegliata, e l’ho fatto.

Oggi mi sono svegliata, e… sopravvivo.

Chiunque 

Mi stai simpatico. No, di più, diciamo che mentalmente mi sento di essere nella tua stessa orbita. E per il fatto che siamo sulla stessa orbita, avere una “storia” così, mi sembra uno spreco.

Perché così potrei fare con chiunque, e tu potresti fare con chiunque, e a me non va di essere nel livello dei “chiunque”.

Non sto dicendo che voglio di più, o che voglio che tu mi faccia sentire speciale, dico solo che non voglio rientrare in quella categoria.


Quindi che facciamo?

Scappiamo, o andiamo avanti mano nella mano?